Uffa, ed io che pensavo di avere il pollice non dico verde foresta, ma almeno verde pisello. E invece, niente.
Le nostre piante, cresciute tutte rigorosamente in acqua, varcano la soglia di casa nostra nel bel mezzo di fioriture rigogliose, turgide come piante carnivore tropicali, verdi di un verde squillante come quello dei prati di montagna. Poi, qualche settimana, e si asciugano, si svuotano, circondate da un letto di foglie secche e rametti penduli.
Allora, le solleviamo delicatamente, distogliendole dal sonno di chi si sta lasciando andare, e le trasferiamo in terapia intensiva, nei luoghi umidi e luminosi del nostro bagno, la cosa più vicina alla giungla tropicale dalla quale evidentemente le nostre provengono e di cui hanno chiaramente nostalgia.
A questo punto le strade sono due: o l'acqua diviene un acquitrino da documentario del National Geografic, pieno di girini e gamberetti; oppure rinascono, tornano verdi e si riempiono di fiori.
Solo che a questo punto chi se la sente di riportarle in salotto? E il nostro bagno assomiglia sempre più a un negozio di piante.
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